Il rapporto con sé stessi
Ansia, attacchi di panico, autostima, crescita, depressione, difficoltà scolastiche, lavoro, malessere generico, solitudine…

Sono solo alcune delle voci che associamo al rapporto che abbiamo con noi stessi, ovvero a come ci percepiamo quando siamo inseriti all’interno delle situazioni (con gli altri, da soli, nuove, stressanti, di performance…), a come vorremmo fosse il nostro Sé ideale, ai messaggi che raccogliamo dall’esterno e dall’interno e che leggiamo come “chi siamo”.
Se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore?
Il dilemma di George Berkeley parla di come il mondo per ciascuno esiste solo ed esclusivamente come frutto della sua personale percezione. Le vibrazioni diventano suono solo se c’è qualcuno che le ascolta: ogni storia cambia a seconda di chi la vive, la interpreta e la narra. E noi, come ci stiamo raccontando la nostra storia?
Quello che è facile scordarsi è che la vita è composta da tantissimi fili intrecciati tra loro, talvolta in maniera nascosta. In un lavoro psicologico su di sé è normale che affiorino diverse persone che per noi hanno avuto un ruolo significativo.
Non è possibile isolare una persona dal contesto in cui è inserita, che sia esso lavorativo, scolastico, familiare, il periodo storico in cui è nata o la nazione e cultura in cui vive… Anche quando pensiamo che qualcosa sia esclusivamente nostro, quasi un “difetto” o una “colpa”, l’approccio sistemico invita ad allargare la lente tutt’attorno e osservare come quella nostra caratteristica si inserisce in quell’ambiente, con quelle relazioni, con quali comportamenti e aspettative nostri e degli altri, quali fattori l’hanno influenzata, come sono andate le esperienze precedenti, cosa potrebbe aiutare o ostacolare…
Se è nata, vuol dire che fino a un certo momento quella strategia è stata funzionale al nostro benessere e/o sopravvivenza.
I sintomi sono preziosi campanelli d’allarme del nostro organismo, del nostro cervello, che ci comunicano che qualcosa non sta funzionando come vorremmo, provocandoci un malessere. Possono essere somatici, relazionali, riguardare agiti o il tono dell’umore…
Sono efficienti ed esperti comunicatori di disagio, che è giusto vengano ascoltati. Possono cercare di mettere in atto una soluzione che in passato è stata utile, ma che adesso non lo è più.
Può essere avvenuto un cambiamento importante che non abbiamo realizzato, possiamo essere entrati in una nuova fase del nostro ciclo di vita, con tutti i riassestamenti del caso. Possiamo aver colto dei segnali inconsci che dobbiamo ancora mettere a fuoco.
Oppure possiamo essere in cerca di un desiderio o un’aspirazione, una curiosità di analisi verso sé stessi e verso come funzionano le nostre emozioni, ossia le tinte sulla tavolozza personale.
Fare richiesta per un percorso psicologico vuol dire ritagliarsi uno spazio per porsi domande e iniziare a cercare le risposte dentro di sé, fin dove ci si sente di farlo e a seconda dell’obiettivo concordato, nel rispetto dei ritmi e delle necessità di ognuno.